Il Natale “naturale” di Dorina
C’era una volta… anzi. C’è ancora. Allora diciamo: tanto tempo fa, ad Alessandria, viveva (e probabilmente vive ancora, ma nessuno ne è certo), una vecchina. Abitava in una casa piccina: un ingresso, un bagno, una camera da letto sempre fredda, un salottino con il tavolo e il centrino e una cucinetta, dove la signora trascorreva gran parte della giornata.
In quel tempo le lire circolavano con difficoltà. Tutti, specialmente gli anziani, potevano contare su una pensione che consentiva di arrivare, senza sprechi, alla fine del mese. Se erano stati bravi a fare i conti, riuscivano a risparmiare “50mila liri”. Anche Dorina metteva i soldi avanzati nella zuccheriera buona, e sperava che il frigo non si rompesse e la padrona di casa non decidesse di aumentare l’affitto, o di far fare qualche lavoro, che la casa peraltro avrebbe richiesto.
Dorina andava tutti i giorni in chiesa. Vedeva le sue amiche per la recita del rosario, diceva qualche preghiera per conto suo, faceva la comunione, poi tornava a casa. In realtà, d’inverno, la strada che doveva percorrere per andare dalla chiesa a casa era parecchio buia, ma lei non temeva né scippatori, né briganti, “Tanto li conosco tutti, sono miei vicini di casa”, diceva.
Capitò, però, una sera, che uno di questi uomini senza scrupoli, decise di incontrare la strada della nostra signora coi capelli bianchi.
Dorina aveva appena lasciato all’angolo l’amica Teresa, raccomandandole: “Sagren’ti nenta per i tuoi nipoti, vedrai che verranno a cena da te, a Natale”.
***
Ripresa la sua strada per andare a casa, Dorina incrocia un uomo, che le si para davanti e le dice sottovoce: “Dammi la borsetta”. “Come? Parli più forte, che non la sento”. “Ho detto dammi la borsetta!”. E Dorina, che ha un caratterino, risponde: “Perché? La borsa è la mia, ci sono le chiavi di casa, se te la do poi come faccio a entrare?”. L’uomo: “Allora dammi solo il portafoglio”; “Perché? Il portafoglio contiene tre mila lire e un santino di Domenico Savio. Io sono anziana, non ho soldi d’avanzo”. L’uomo però non si arrende: “Allora dammi mille lire, ho fame, ho bisogno di soldi per comperarmi del pane!”. “Senti – risponde Dorina con la faccia maliziosa – facciamo così. Io mi tengo i soldi e il portafoglio, però ti offro pane e salame. Che ne dici?”.
Sì, avete capito bene. A quel tempo le persone avevano meno problemi, ma si trattava di problemi “primari”, fame, casa, lavoro (un po’ come oggi, insomma). Dorina, che durante la guerra ne aveva viste di tutti i colori, diceva sempre che “la fame è una brutta bestia, non c’è persona che non farebbe qualunque cosa per mangiare anche solo un toc ad pan”.
Il bruto, il rapinatore, il mostro, chiamatelo come volete – ma aggiungete l’appellativo “affamato” – era rimasto, proprio come voi, basito. Non sapeva se ridere, dare un colpo in testa alla vecchia e portarle via ‘ste tre mila lire, oppure accettare l’invito, entrare in casa e approfittarne per rubacchiare qualcosa. Decise, ovviamente, per l’ultima possibilità.
E così Dorina e il bruto affamato si ritrovano a camminare verso casa. Arrivati nella casa piccina, Dorina fa accomodare il mostro affamato sulla sedia della cucina e, togliendosi il cappotto, gli assicura: “Ti dico subito che qua non c’è niente da rubare. Guardati attorno. Al massimo ti posso dare i piatti del servizio buono che mi ha lasciato mia mamma, ma poi che te ne fai? Ho rotto il dodicesimo piatto…”. Dicendo questo ridacchia tra sè, mentre il rapinatore è sempre più confuso.
“Allora, ti va bene pane e salame? Ho sempre un cacciatorino in frigo, per quando passa Don Claudio, il parroco, a fare due chiacchiere. Ma tu sei comunista? No, perché io i comunisti non li sopporto. Sai, vado in chiesa. E i “rossi” mica amano la chiesa!”.
“Non sono comunista, non mi interessano queste cose. Comunque il pane col salame va bene”.
“Ma tu come ti chiami?”
“Giuseppe”
“E vivi solo? O devi portare pane e salame a qualcun altro? No, per sapere, perché nel caso, dato che il cacciatorino è a metà, devo fare le fette più sottili”.
“Mia moglie è a casa che bada al bambino piccolo. Io sto cercando un lavoro. Ma non mi riesce di trovarlo. E così devo pensare a sfamarmi, per poi sfamare la mia famiglia”.
“Eh, so bene cosa vuol dire avere fame (ve l’avevo detto, NdR), dai, ora mangia questo panino e bevi un po’ di gazeus con le bollicine”.
Rifocillato, il mostro non era più affamato. E in realtà non aveva più nemmeno la faccia da mostro. Insomma, era un Giuseppe rispettabile, come tanti altri. Con però la preoccupazione nel cuore di sfamare la propria famiglia.
“Senti, facciamo una cosa. Ora vai a casa, domani torna con dei sacchetti belli grossi. Ti porto da un amico droghiere, che mi deve dei favori. Farai un po’ di spesa e aprirai un conto. Piano piano, quando avrai trovato lavoro, inizierai a saldare il tuo debito. Che ne pensi?”.
Giuseppe, l’ex mostro, aveva il magone. Quella vecchina era una bomba! Aveva pensato a lui, gli aveva dato da mangiare, aveva progettato di aiutare Maria, sua moglie, e il loro bambino. Lo aveva rincuorato, senza fargli pesare l’indigenza, o la difficoltà (chissà perché ma tutte queste azioni mi suonano… evangeliche).
E Dorina? Nemmeno una piega. Per lei era normale dare una mano. Tanto è bello, divertente e pure liberante aiutare il prossimo. Ma mica per sentirsi dire grazie. Così, per avere il cuore leggero.
Perché… pensavate che Natale si potesse festeggiare solo pensando al Gesù Bambino di 2000 fa?
E che gli angeli avessero le ali?
Tzè…
E sapete cosa direbbe Dorina, se fosse ancora viva? “Voi sì che state bene”.
